la vita leggera

"Evita la selettività d'espressione e segui invece la libera deviazione della mente dentro i mari di pensiero illimitati." J. Kerouac

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mercoledì, 18 novembre 2009

IL PAESE DELLE APPARENZE
Report missione Caucaso primi di novembre 2009
di Massimo Bonfatti

C’è qualcosa che unisce Vladikavkaz, Nazran, Grozny? In 200 km. tre repubbliche, tre presidenti diversi, tre etnie maggioritarie diverse.
Ossezia del Nord: si respira l’identificazione con la cultura russa, un autoconvincimento collettivo radicatosi negli ultimi tre secoli e che è ormai stile di vita e che relega le caratteristiche di un popolo a puro ornamento, a folclore, o che ne esalta volutamente l’antico orgoglio per compararlo a quello russo e porlo al primo posto. Ossezia del Nord: baluardo della Federazione Russa nel Caucaso Settentrionale, ma soprattutto baluardo per la sua stessa sopravvivenza.Inguscezia: troppo debole ed angusta per pretendere l’indipendenza e la fuoriuscita dalla Federazione Russa; troppo forte l’orgoglio nazionale per impedirle di non evocare un triste passato di deportazioni, biglietto da visita e giustificazione per un dissenso controllato che sfuma in generiche accuse verso Mosca, tollerate da entrambe le parti.Cecenia: gli eccessi della scientifica distruzione e della compulsiva ricostruzione, scelte entrambe strategiche di un potere che non può immaginare la Cecenia al di fuori della Federazione Russa e che negli eccessi cerca di mortificare o di mettere il silenziatore ad un popolo che ha la memoria lunga e che sedimenta di ricordi il proprio passato e il proprio presente per farne la storia del domani.
Repubbliche diverse e storie diverse, ma attualmente un unico paese: IL PAESE DELLE APPARENZE.
Questo è il filo rosso di congiunzione.
È una strategia sottile che sfugge ai più. Da più parti si sente parlare di cecenizzazione del Caucaso del Nord. Questa è una valutazione da macroelemento: va bene per delle disquisizioni di “politica estera” o per chi esamina da lontano o da “esterno”. Non è un errore: è semplicemente una valutazione più generica, più facilmente comprensibile, di stampo “giornalistico”. Il termine più corretto, anche se più ostico, è: “russificazione dissimulata”. In essa si dilava e si espande il divide et impera, il gioco delle carte fra Medvedev (che sostiene Yerkurov, presidente dell’Inguscezia) e Putin che sostiene Kadyrov (presidente della Cecenia), la strategia della tensione verso i nemici interni ed esterni…in pratica il paese reale sostituito dal paese delle apparenze che filtra e si appropria delle “verità di Mosca” e che le dissimula diversamente in ogni repubblica caucasica. Dissimulazione, sposa fedele, di volta in volta, dello scopo da raggiungere, sia nella gestione interna che esterna (vedi la “turbolenza” dell’Inguscezia, non solo come regolatore interno, ma anche come “regolatore esterno” per la contiguità con la Georgia e con lo scopo di mantenere enclavi di instabilità che rendano difficile scelte diverse di influenza geopolitica e geostrategica nel Caucaso del Sud).
La missione di inizio novembre 2009 di Mondo in Cammino è stata tutta all’insegna di questa strategia delle apparenze.
La difficoltà ad intervenire con progetti umanitari nel villaggio di Tarskoe che, dal sud della capitale osseta, Vladikavkaz, si protende verso le vette caucasiche che confinano con la Georgia, viene dissimulata dal fatto che siamo stranieri e che le autorizzazioni devono essere richieste con anticipo (anticipo che varia di volta in volta per tempistica e procedure); in realtà, nei dintorni di Tarskoe vi sono truppe scelte, costanti e segrete operazioni ed esercitazioni militari in attesa (“sperata”) di un improvviso nuovo conflitto con la Georgia.
In Inguscezia l’apparente (e anche reale, per certi aspetti) apertura del presidente Yerkurov verso i difensori dei diritti civili (eravamo nel palazzo presidenziale a Magas, mentre il presidente era a colloquio con Liudmila Aleksieva del “Gruppo di Helsinki”), come ci è stato anche confermato dai rappresentanti di Memorial di Nazran, simula il gioco del poliziotto buono (Medvedev) e di quello cattivo (Putin) o di una effettiva ed iniziale incrinatura di rapporto fra i due che porta l’uno a cercare di costruire una propria base di consenso e di supporto ed il secondo a creargli situazioni di complessità governativa (vedi lo spostamento “incanalato”, con l’aiuto di Kadyrov, dei guerriglieri dal fronte ceceno al fronte in guscio, le cadenzate “sparizioni” di civili, lo stesso attentato a Yerkurov, ecc.)?
In Cecenia il grande impulso alla ricostruzione è l’albero imponente, rigoglioso, impattante che nasconde la grande foresta di corruzione (ad imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi ed oltraggio dei diritti civili (con maggiore intelligenza criminale nella capacità e nel potere “selettivo” rispetto al passato). Una ricostruzione ed un miglioramento della qualità di vita (non per tutti) ripagati con il “silenzio” determinato non solo dalla paura di offendere il piccolo burattino del grande burattinaio, ma dal non volere più vedere e sentire gli echi di una guerra sanguinaria e distruttiva. Ma l’albero non dissimula sola la foresta, ma anche l’antipatia sempre maggiore fra le forze del FSB e le milizie di Kadyrov e le manovre (fra cui quella dell’assassinio della nostra collaboratrice Zarema Sadulaeva e di suo marito) incomprensibili, se non nell’ottica di gettare le basi e creare i casi “eccellenti” per lo spodestamento del “ras”, qualora si renda improvvisamente necessario (con buona pace di uno dei due duellanti o con pieno accordo fra i due). Ed i tempi, secondo alcuni, sembrano che stiano maturando.
E noi che ci stiamo a fare? Noi, piccola associazione….
Sembra quasi impossibile, ma c’è un senso alla nostra presenza nel Caucaso del Nord, soprattutto in Ossezia, Inguscezia e Cecenia.
Va oltre alla nostra intrinseca convinzione di essere presenti laddove va il nostro interesse; va oltre ai nostri ostinati sforzi di volere costruire microprogetti e percorsi indirizzati alla riconciliazione interetnica ed interreligiosa.
DOBBIAMO ESSERCI, DOBBIAMO ESSERE PRESENTI, nonostante la grande fatica di questa ultima missione, nonostante il senso di disagio e malessere che ancora mi porto addosso. DOBBIAMO TORNARCI.
Siamo un piccolissimo cuneo per impedire che la porta del Caucaso si chiuda definitivamente; un piccolissimo cuneo per riuscire ad aprirla se sarà necessario o per ampliarne la luce. Quella luce che permette di guardarci in faccia reciprocamente: noi e gli abitanti cristiani e musulmani della zona contesa del Prigorodni (fra Ossezia del Nord ed Inguscezia); noi e gli studenti universitari di Nazran; noi e gli amici di Memorial di Nazran e Grozny; noi e i parenti delle persone scomparse; noi e gli amici di Ylias; noi e “Salviamo la generazione” di Grozny; noi e le bambine ed i bambini vittime di mina; noi e le mamme dei figli fuggiti in montagna; noi e la famiglia di Shakhman; noi e quella parte di  istituzioni disposte a qualche forma di collaborazione…
Ci torneremo in primavera, forse con una delegazione di imprenditori della provincia di Vercelli.
Un’opportunità, perché la pace passa anche attraverso l’economia.
Cercheremo di esportare un’economia etica che si inserisca in un quadro normativo/legislativo chiaro e che, in qualche modo, possa contrastare il potere corruttivo e corruttore dei clan dominanti. Un’economia di giustizia per quella giustizia che in alcune repubbliche non riesce ad attecchire e che sarà la cartina di tornasole su cui si giocheranno i veri processi di pacificazione e normalizzazione sociale o su cui si addenseranno fosche nuvole di nuovi conflitti.
Impresa molto difficile, forse un ennesimo ritorno a casa amaro.
Dobbiamo, però, tentare perché questo vuole intimamente e di questo ha bisogno la gente comune e perché senza tentativi di cambiamento, il cambiamento non può avvenire.
E poi come volontari ed idealisti ci possiamo permettere, ancor più di altri, il lusso di aspirare a qualcosa di nuovo, anche se sembra irraggiungibile. Senza rinunciare alla organizzazione, alla disciplina, alla perseveranza ed all’analisi delle situazioni che si presentano di fronte, ma anche senza rinunciare a cercare nuove modalità e nuove vie d’uscita nella realtà caucasica, consapevoli che la creatività, i sogni e la ostinazione sono nostri grandi alleati.
L’unico aiuto che chiediamo a tutti è di sostenerci e collaborare nel tenere quel cuneo saldamente piantato negli infissi della porta Caucaso: porta socchiusa come speranza per questa nostra comune Europa e monito ed aiuto a non chiudere gli occhi con una indifferenza che ormai ha superato il limite.

postato da: ljudmila alle ore 10:28 | link | commenti (1)
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martedì, 10 novembre 2009

IO

Divani di pelle, spazi ampi e luminosi. Toni gentili, quasi gelatinosi. Tanti piccoli stemmi appesi alle pareti bianche accecanti. Mezzo mondo appeso.
Davanti a me un luminare. Che non sa nulla di me e nulla vuol sapere. Mi inizio a chiedere perchè sono li. Cosa ci faccio li. Poi mi accorgo che sono li per assistere ad una "interessante" lezione di giornalismo. Gli esteri in Italia sono svalutati in confronto alla politica interna, allo spettacolo e quant'altro. Essere poi così specializzati in Russia e Caucaso, a chi vuoi che importi, sembravano dire le sopracciglie del luminare. Ero li per un colloquio? Lo credevo. Finchè non mi sono sentita dire il solito disco. Per mezz'ora. Cercavo di distrarmi guardando il bellissimo cane champagne che fidandosi delle mie carezze, si era appostato ai miei piedi. Io che temevo i cani e ora invece temo le persone. Il cane era l'unico che mi guardava diritto in faccia. Occhi negli occhi. E' una dura realtà, l'avvocato del diavolo apriva le mie ferite, sviscerando la solita solfa, sbobbinando i soliti clichè. L'importanza di chiamarsi. Già, i luminari si accampano diritti che non hanno. Per poi scusarsi se come dire, non vogliono indorare la pillola. Come se fossi nata ieri, come se fossi appena diplomata, come se avessi il culo parato. Come se per me fosse un gioco o avessi scelta. Vorrei averla. Vorrei non essere vittima del mio sogno. Vorrei potermi svegliare. E alla domanda dove si vede tra 10 anni, per la prima volta in vita mia non ho saputo rispondere. Non riesco a vedermi se non nella redazione di un quotidiano nazionale, sezione esteri, sezione russia. Ma questo il luminare non lo poteva capire. Ma chi, lei? Ahhhahahaha. IO.

Io che non ho uno straccio di raccomandazione, io che mi osno spaccata il c... da sola, io che non devo ringraziare nessuno, io che combatto tutti i giorni con gentaglia il cui unico fine è farmi demordere, io che sto bene solo quando scrivo, io che non l'ho data a nessuno. IO. Io che non ho pubblicato nulla sul cartaceo e che ho dovuto ripiegare sul web per avere uno straccio di visibilità. IO che ho 28 anni. Per alcuni luminari sono già vecchia. Non sono stata in Caucaso va bene? Non ho esperienza sul campo. Non ho soldi per fare l'inviata speciale, per fare la freelance all'estero.
Non voglio saltare su una mina in Inguscezia, o farmi rapire in Cecenia. Vorrei andare in Caucaso più di ogni altra cosa. Ma prima devo avere qualcuno che mi sostenga. Qualcuno a cui freghi del Caucaso e dei miei pezzi. Ma lei non collabora con nulla di che. Ovvio, rispetto a certi committenti le mie collaborazioni sono aria. I miei amici mi dicono che a 28 anni c'è gente che non si è ancora laureata. Che ha una confusione tale in testa da stare ancora sotto l'ala di papà. E che devo essere FELICE se so cosa voglio. Si certo. Bello sfiorare il sogno ma non riuscire a prenderlo. Soddisfacente.


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martedì, 03 novembre 2009

DANIA E LA NEVE

Un noir onirico: è così che il giovane autore, Massimo Ceresa, definisce il suo primo libro dal titolo Dania e la neve, pubblicato da Infinito edizioni. Ceresa è membro di Anna Viva, associazione che si occupa di ricordare la giornalista russa Anna Politkovskaja uccisa in quanto giornalista scomoda che scriveva del Caucaso e delle violenze perpetrate specialmente in Cecenia. Ecco l'intervista.
Da dove nasce l'idea di scrivere questo romanzo?
Tutto è iniziato un giorno quando alla ricerca di un libro da leggere, sono stato attratto da un volume dell’Adelphi, “La Russia di Putin” di Anna Politkovskaja. Poco dopo, il 7 ottobre 2006, nell’ascensore della sua abitazione, la giornalista russa viene ritrovata morta. Alla notizia rimango sconvolto. Lessi i libri e ho pianto. Così ho conosciuto Anna Viva e ho iniziato a parlare a tutti della Cecenia. Scrivendo sul mio blog dei fatti del Caucaso compaiono i primi commenti: “Basta parlare di questa Politkovskaja!”, “Basta con questa Russia, con questa Cecenia!”. Sulle prime, me la sono un po’ presa. Poi ho cominciato a riflettere arrivando alla conclusione che forse poteva esserci un altro modo per suscitare interesse verso certe realtà. Attraverso una storia, una novella incuriosisse e portasse ad approfondire le vicende storiche che vi sono dietro. Così è nata l’idea di “Dania e la neve”.
Il 7 ottobre è stato il terzo anniversario della morte di Anna Politkovskaja. Quali sono le sue riflessioni in merito?
Anna va ricordata perchè non solo è stata una straordinaria giornalista ma perchè è andata oltre il proprio mestiere, mettendoci la passione, l'amore, in barba a qualsiasi pericolo, pur di aiutare il prossimo, sia che fosse russo sia che fosse ceceno. Bisogna ricordarla perchè ha dato la propria vita per la verità, per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. Bisogna ricordarsi di Anna per aver organizzato nel dicembre del 1999, sotto un bombardamento, l’evacuazione dell’ospizio di Grozny mettendo in salvo 89 anziani; per aver tentato di far da mediatrice nell’ottobre del 2002 durante l’assalto al Teatro Dubrovka da parte di un commando di terroristi ceceni. E ancora per aver subito un misterioso avvelenamento nel settembre del 2004 mentre si recava a Beslan per seguire il sequestro e il massacro degli ostaggi nella scuola osseta,
Quanto è importante ricordare? 
La memoria è importantissima. Mi ha sempre terrorizzato il luogo comune che "a fare la storia sono sempre i vincitori". I fatti sono fatti. Poi ognuno può darne l'interpretazione che crede. Ma è fondamentale che i fatti della storia siano conservati nella loro oggettività. Per fortuna oggi esistono delle lodevoli Ong che ci aiutano a conservare la Memoria con la M maiuscola... è il caso per l'appunto, di Memorial in Russia e, nel suo piccolo, anche di Annaviva.
 I fatti della Cecenia imperversano in Dania e la neve. A chi è destinato il suo libro?
Si tratta di una novella nella quale si prova a immaginare il contesto in cui può esser maturato l’omicidio di Anna Politkovskaja. Ho cercato di inserire degli indizi e sarà compito del lettore scovarli e trarre – se vorrà – delle considerazioni. Ma non c’è solo questo: il romanzo è anche altro: ci sono delle storie d’amore, dei frammenti amorosi, alternando momenti di tremenda crudeltà a momenti di amori tanto straordinari quanto impossibili. Il libro è rivolto a tutti coloro che amano la lettura. Ai più volenterosi, poi, potrebbe venir voglia di approfondire...me lo auguro, francamente..

Dania e la neve
Massimo Ceresa
Infinito Edizioni
 I proventi della vendita del libro andranno all'Associazione AnnaViva

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lunedì, 02 novembre 2009

Caffè delle 9 e 30 con la mia amica 87enne Wanda e il suo adorabile cane Mosè. Al tavolino insieme al nostro cornetto arriva una signora distinta, pare amica di Wanda ma in realtà lei è solo affascinata dalla classe. Moglie di un ingegnere, vedova da poco e nonna di un bellissimo bambino. Vita agiata, mani curate di quelle che non sono mai entrate in una bacinella di candeggina o rigate dalla fatica dell'essere casalinga. Inizia una disquisizione sulla maleducazione altrui, specie dei giornalisti che non hanno morale ne etica e che il codice di deontologia profesisonale non sanno neanche cos'è. Per poi iniziare un soliloquio sull'educazione delle donne e il malcostume televisivo. E ad un certo punto esclama a gran voce: "Io lo dico sempre a mia figlia che ho sbagliato ad educarla bene, avrei dovuto insegnarle a fare la velina", riferendosi a quelle che fanno carriera in modi "alternativi".Peccato che la figlia 33enne fa l'avvocato e lo fa in una delle più grandi aziende italiane. Neanche facesse la lavapiatti. La tizia si professa contro Berlusconi anche se ostenta una ricchezza assurda per essere lunedi mattina. Cerca di impressionare usando un linguaggio forbito finchè Wanda non le dice che sono una giornalista in cerca di lavoro. Li inzia l'interrogatorio. Che studi ho fatto, i miei master, gli sbocchi, le ambizioni, la situazione attuale. Ma ad ogni mia risposta trovava il meglio: alla sapienza era meglio la bocconi, al mio master era meglio la luiss, al mio lavoro attuale sarebbe meglio qualcos'altro. Quando le ho detto che in alcuni posti, quelli che intende lei, si entra attraverso altre strade mi guarda sbalordita. "Ma come, così intelligente eppure non riesci a percorrere altre strade???", la sua risposta.
La cosa assurda è che questa risposta proviene da una bocca di 60 anni, madre e nonna, schifata dal puttanismo(come lo definiva la mia bisnonna Genoveffa) televisivo e di sinistra. W l'ipocrisia.

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mercoledì, 28 ottobre 2009

Un anello di fumo mi sta intorno come un hula-hop. Sigaro. Francamente preferivo il pentagramma fatto di gocce sul vetro del mio treno in corsa. Si perchè le gocce formano cinque linee orizzontali vicine vicine da sembrare un pentagramma. Il pentagramma raccoglie altre goccioline, che si dispongono lente e veloci a seconda di quello che penso. Una sorte di musica intellettiva. I cattivi pensieri si collocano sul pentagramma, seguite dai bei pensieri.
E mi sento sempre senza dimora.
Una mia amica mi chiede dove una persona trova la forza per andare avanti. Le ho risposto che la forza si trova dentro se stessi. Scavando finchè non trovi qualcosa. Un granello, un filo. Ci sono soluzioni facili e soluzioni. A volte le facili costringono a non scavare. Guardavo il quadro davanti a me. E' di Klaus Mehrkens. A tutti mette ansia, tristezza, solitudine. A me mette pace. Quasi serenità. E miei pensieri si perdono in quel quadro. Nella bellezza del colore. Come se lo potessi toccare.
La forza io l'ho trovata 5 anni fa dentro di me. Tutto nero, buio, scuro. Non uno spiraglio di luce. Nulla aveva senso. Neanche la mia esistenza. Poi un giorno mi sono guardata allo specchio e mi sono fatta schifo. Così si ricomincia.

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martedì, 27 ottobre 2009

Giornalismo e comunicazione

nella Russia di oggi

Dalla carta stampata ai nuovi media


DANIELE CHECCHI Preside della Facoltà di Scienze Politiche
Introduzione
A
DA GIGLI MARCHETTI Università degli Studi di Milano
Proiezione del filmato
“Anna Politkovskaja, icona del giornalismo d’opposizione”
di ANDREA RISCASSI (Tg3)
B
ORIS DUBIN Centro Levada, Mosca
I MASS MEDIA IN RUSSIA
Discussant G
IANPIETRO MAZZOLENI Università degli Studi di Milano
BORIS DOLGIN Polit.ru, Mosca
I NUOVI MASS MEDIA. INTERNET E BLOG Discussant MARCO PRATELLESI Corriere della sera
JULIA LATYNINA Echo Moskvy e Novaja Gazeta
LA CECENIA ATTRAVERSO LO SGUARDO DEI MEDIA RUSSI Discussant Anna Zafesova La Stampa

TAVOLA ROTONDA
F
ERRUCCIO DE BORTOLI, ELENA DUNDOVICH, ANASTASIA GRUSHA,
B
ORIS DUBIN, BORIS DOLGIN, JULIA LATYNINA, ANNA ZAFESOVA
,
G
IANPIETRO MAZZOLENI, MARCO PRATELLESI

Giovedì 5 novembre 2009
Facoltà di Scienze Politiche
Sala Lauree
Milano, Via Conservatorio, 7

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mercoledì, 21 ottobre 2009

In occasione dell'uscita del libro Ragazze della guerra, Susanne Scholl sarà in Italia per incontrare i suoi lettori a ROMA
 lunedì 26 ottobre
 ore 18.00
laFeltrinelli Libri e Musica

piazza Colonna 31/35
interviene Ritanna Armeni

La Cecenia è nelle mani di clan di sciacalli, opportunisti e fanatici in continua lotta tra loro. Ma ci sono donne, come Anna Politkovskaja e Natalia Estemirova, che non sono disposte a lasciare il Paese ai criminali. Sono mogli rapite e madri coraggiose, donne che non smettono mai di lottare, donne che affrontano le difficoltà della vita quotidiana con intelligenza e tenacia.


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martedì, 20 ottobre 2009

Periodo allucinante. A tratti allucinato. Alla ricerca di un lavoro. Perchè il lavoro non arriva. Forse non arriverà mai. Mi vorrei sollevare, mi vorrei consolare. Invece giorno dopo giorno sbatto la testa contro un sistema malato. E non vorrei sentire le persone che si lamentano, ho già le mie di lamentele. Vorrei poter chiudere gli occhi e aprirli quando tutto questo casino che è la mia vita si è sistemato. E vorrei non essere sola. Sono sempre stata sola. Questa condizione non mi ha infastidito più di tanto, diciamo che ci ho fatto l'abitudine. Un pò come a San Gregorio nell'ora in cui il sole bacia il mare e tutto intorno è solo silenzio. Quella sensazione esiste solo pochi giorni l'anno e devo poi farmela bastare per il resto dell'anno. Uno prova ad aggiustarla la propria vita anche quando sembra fatta a pezzi. Non sapere cosa farsene della propria esistenza credo sia uno dei problemi più grandi per una persona. Doversi districare tra problemi generati da persone cattive, angosce e turbamenti creano uno scompenso che ti porti dentro ogni giorno. E devi pure essere bravo a nasconderlo. Perchè anche gli altri ce l'hanno e per non rovinare poi i rapporti vari che tessi quotidianamente, te li devi tenere dentro. Sopiti. Quando fuoriescono creano un disastro.

STRONZATE


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mercoledì, 14 ottobre 2009

Cos'è normale?
In realtà oggi è un giorno come ieri a parte il freddo sempre più pungente. Cambiano le canzoni, cambiano i periodi. E ti chiedi cos'è normale. Arrabbiarsi non ha mai senso. Odiare neanche. Non apportano nulla alla tua vita. Non si muove ne sposta un bel niente. Sentirsi inutili, senza aria, senza prospettiva. Questa assurda sensazione di sentirsi sospesi. E Penso a Michelangelo rimasto sospeso, supino, per 4 anni mentre dipingeva la Cappella Sistina. Dimenticare chi sei. Dove vai, cosa vuoi. Ancora un giorno per capire. Ancora una notte per sperare che qualcosa accada. Qualcosa che ti lenisce il dolore, la sofferenza di volere una cosa che non hai. E che non avrai. Benchè ti sforzi, benchè fai anche l'impossibile. Confuso come un sogno.

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mercoledì, 07 ottobre 2009

3 anni senza Anna. Dal 7 ottobre 2006, quando cinque colpi di makarov hanno stroncato la vita della giornalista più amata e odiata di tutta la Russia. Anna Politkovskaja, 50 anni, madre di due ragazzi, giornalista oppositrice del regime putiniano, ammazzata nel portone di casa a Mosca.
In questi tre anni poche sono sono state fatte per renderle giusizia. Un processo che ha della farsa, nel quale mancano le prove e soprattutto del quale a nessuno sembra poi importare molto. In realtà non è proprio così. Dopo la sua morte sono sorte molte associazioni e organizzazioni nel mondo atte a onorare la memoria di chi come Anna ha perso la vita solo perchè faceva il proprio mestiere. Anna ha speso la sua vita per informare, raccontare ciò che vedeva con la semplicità di una persona che sapeva avvicinarsi con empatia alla popolazione cecena vessata da continui soprusi. Se sappiamo cosa è realmente accaduto in zone così lontane è solo per merito suo. La libertà di informazione l'ha pagata molto cara, pur essendo cosciente dei rischi e pericoli del mestiere. Noi continueremo a ricordarla e oggi accenderemo una candela per far si che nessuno la dimentichi.

postato da: ljudmila alle ore 10:20 | link | commenti
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